Bartlomiej Zygmunt Kolosowski

Chi Crede al Danno Ecologico?

Giugno ci portò quest’anno ondate di calore importanti. In una visita nei miei uffici a Parigi, Pierre, un collega della capitale francese, mi diceva come avesse letto sui loro giornali di come il paese si fosse certamente organizzato nel combattere il freddo invernale con riscaldamenti ovunque, ma mancasse invece strutturalmente della profusa capacità di difendersi dal grande caldo: la settimana precedente le temperature lungo la Senna avevano superato abbondantemente i 30 gradi, in un ripetersi di giornate sempre più calde ed afose, ma poche sono ancora le case condizionate.

Durante queste stesse settimane intanto, tra casa e ufficio nella Brianza lombarda, io godevo di un clima costante, al riparo dai calori estremi del mondo esterno, riposato al mattino dopo una notte fresca a svegliarmi e andare a correre, prima delle sette, scivolando poi in una giornata attivamente raffreddata in casa, al lavoro, e nel tragitto tra i due. Questo nonostante Eolo, il dio dei venti, raramente visitasse l’area del milanese, e le varie danze delle piogge non trovassero alcuna divinità benevola che volesse, quel giugno, portar refrigerio e acqua sulle strade e mura di cemento che chiudono Monza e tutte le città, villaggi e campagne vicine.

Il cambio climatico, il crescere delle temperature, lo sciogliersi dei ghiacci, l’alzarsi dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera, un mondo in costante cambiamento, un clima in cui viviamo che da tempo ormai non soddisfa semplici aspettative e previsioni, ci affatica, può snervarci, ma non ci sorprende, forse ci spaventa, ma ne capiamo le ragioni, che discutiamo, analizziamo, cerchiamo di controllare. Sappiamo diffusamente che sia una colpa nostra arrecata da un’esagerata produzione e rilascio in atmosfera di sostanze che incrementano le temperature sul pianeta, produzione dovuta alla nostra attività umana, e il progressivo crescere di bombe d’acqua, ondate di calore, tifoni o disastri naturali difficilmente ormai vengono discussi nelle chiese, o si possa sentire persone pregare un Dio perchè ci protegga, perchè abbia cura di noi, perchè allontani da noi le incombenze sempre più gravose, più estreme, più devastanti. Le profezie della fine del mondo come lo conosciamo non lasciano, nel mondo in cui vivo, spazio a preghiere verso il divino. Preghiamo noi stessi, la nostra economia domestica, le aziende in cui lavoriamo, i governi dei nostri paesi, le università e le associazioni scientifiche, di agire, di inventare e di implementare soluzioni nella nostra società umana, che permettano la gestione di un problema noto, studiato nelle cause e nei suoi sistemi evolutivi; che l’uomo agisca e ripari ciò che da solo ha rovinato.

Così, in questa torrida estate, agli albori di tempi funesti secondo alcuni, semplicemente nei mesi caldi, come normale che sia d’estate, per altri, ce ne andammo in vacanza al mare. Le lunghe spiagge del Peloponneso sono un bellissimo luogo dove approdare nei mesi caldi, e permettono anche brevi visite a giardini di ulivi costeggiati da ruscelli, a toccare un pò di storia con mano, come al sito di Olimpia. Nonostante le temperature, un fisico non propriamente erculeo e un sandalo un pò duretto per calzatura, mi sono permesso di calpestare lo spazio una volta occupato dallo stadio di Olimpia, di percorrerlo addirittura di corsa, in un cerchio completo di circa mezzo chilometro, a distanza di millenni dai padri dei padri che qui correvano per la gloria che la società già mille e mille anni or sono voleva donare all’uomo forte, disciplinato, lavorato insomma nell’anima e nel corpo come le statue che ancora colpiscono per le loro forme sensuali, perfette, potenti. Olimpia, il culto dell’uomo offerto al tempio di Giove, accanto alle rovine dell’antichissima dea, per lo splendore di uomini campioni di una società di persone, un culto quello dell’uomo così moderno da essere ripreso ormai da tempo, nelle nostre moderne olimpiadi.

Eppure si estinse.

Il sito crollò in disuso, le pietre ammalorarono dapprima, scalfite dai venti e piogge e sole, e senza una mano umana che li mantenesse infine si sgretolarono inghiottite nuovamente dalla terra, e coperti di macchia mediterranea e rovi, mentre i templi, la palestra, lo stesso stadio scomparvero nel suolo. Fino agli scavi del secolo scorso, a riscoprire un’accozzaglia di pietre, cocci di terracotta, lastre di rame.

Zeus morì sotto le pressioni di una Roma cristiana ormai, e con Zeus andarono via quelle mani che per secoli avevano costruito, mantenuto e ravvivato il sito stesso. Le mani smisero di credere, e il sito andò in rovina.

Mi colpì, camminando tra il sito e i suoi musei, la dinamica di un effetto domino che portò all’abbandono per secoli di aspetti che, almeno in Occidente, risuonano fondamentali fino ad oggi, in particolare:

  • La tempistica, ce ne dimenticammo e lasciammo che il sito e la sua celebrazione umana scomparisse per ben oltre un millennio
  • Le cause scatenanti, legate al crollo di una fede strutturata intorno ad un templio, e dei suoi miti che oggi ancora leggiamo con interesse
  • Le conseguenze, devastanti. E’ quasi miracoloso che tra miti e pietre, si sia salvato qualcosa

Ci sono dei parallelismi riguardo al cambiamento climatico, e quello che in molti riferiscono come Transizione Energetica.

Per prima cosa, recuperare le redini di qualcosa che abbiamo rotto da soli, pare un processo lungo, non di decenni. Ma veramente abbiamo tutto questo tempo?

Le cause scatenanti l’aumento delle emissioni si legano alla rivoluzione industriale, e a un assetto sociale ormai globale, con ripercussioni economiche enormi. Due delle tre gambe della sostenibilità (sociale ed economica) oggi si basano su un consumo energivoro pazzesco che lega costi bassi e larga disponibilità a grandi volumi di emissioni nocive. Toccare l’energia rischia di sconvolgere l’intera sostenibilità del nostro mondo, cosa abbiamo quindi definito sotto il nome di Transizione Energetica? Abbiamo un piano preciso, condiviso, e poi soprattutto, abbiamo una fede predominante in questa condivisa Transizione Energetica?

Infine, le conseguenze. La Transizione Energetica non si pone certo come l’avvento di un nuovo impero, o una nuova religione, per certi versi nemmeno come una vera rivoluzione, si cerca priorità sociali attraverso la politica, ed economiche attraverso la gestione dei mercati energetici, che minimizzino strappi, rotture, evitino conseguenze devastanti. Le conseguenze ecologiche però così l’uomo non le sta mitigando molto, i tempi saranno lunghi. Sarà benevola la natura? Riuscirà a preservarci un pianeta vivibile nel secolo e secoli a venire? Che vita sarà?

Dai balconi del Palazzo Reale di Genova si vedono i traghetti, giganti del mare assopiti nel porto, e le gru a svettare in lontanaza. Guardo mia figlia nel sole, e penso a un articolo dell’Economist che racconta di come ci sia un crescente interesse scientifico nei tipping point dei vari disastri ecologici che potrebbero cambiare il mondo in cui viviamo. In uno studio di D. Armstrong McKay et al. del 2022 (“Exceeding 1.5°C global warming could trigger multiple climate tipping points”) il collasso della calotta di ghiaccio della Groenlandia (“Greenland ice sheet collapse”) pare possa avere un punto di non ritorno entro i 2 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali. Porterebbe mediamente, ho letto, 7 metri in più al livello dei mari, sarebbe sufficiente per pescare branzini direttamente dalle finestre dei carruggi. Sempre che questo enorme labirinto di vicoli medioevali esista ancora.

Commenti

2 risposte a “Chi Crede al Danno Ecologico?”

  1. Bravo Bart,
    una bella penna al servizio di un tema di fondamentale importanza. Credo che manchi una costante consapevolezza di appartenere a un sistema globale, spesso sostituita da episodi isolati e troppo fugaci per generare vero valore.
    Proprio ieri parlavo con un collega: il tema era Marte, un tempo ricco di acqua e atmosfera, probabilmente persino di qualche forma di vita, oggi arido, inospitale difficilmente abitabile se non in condizioni a dir poco estreme. Chissà se noi riusciremo là dove, forse, altri hanno già fallito.

    1. bartolomeo

      Ciao Simone!
      Grazie mille, e spero che dall’inaridimento di Marte siamo ancora lontani a sufficientza, da riuscire questo pianeta ad arrivare ad aiutarlo, invece che distruggerlo. Un saluto

Rispondi a bartolomeo Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© Bartlomiej Zygmunt Kolosowski 2022
it_ITItaliano