Bartlomiej Zygmunt Kolosowski

La pistola in bacheca

Posteggiavo la moto proprio davanti all’ingresso, a un passo dalle timbrature. Passavo i tornelli e alla luce abbagliante del tardo inverno entravo in cantiere, tra gli enormi blocchi di ferro, le gru che sovrastavano il bacino, lo scafo smembrato che aspettava l’incontro con l’acqua, quel primo giorno di vita galleggiante. Il varo non è sempre stato un giorno di risveglio, non ha sempre dato vita. Nel secolo scorso, se non proprio dalla montagna di Fitzcarraldo, le navi scivolavano in mare partendo dalle alte banchine, a secco. Sui tronchi o sui rulli, le mille e poi mille tonnellate lentamente staccavano il passo verso una corsa che finiva in mare, un tonfo profondo di schizzi e onde, poi si fermava il respiro per un attimo. Si narrava della famosa pistola, sospesa al respiro teso di chi firmava lo spaventoso varo, e dell’istante in cui sospeso lo scafo scavava la sua spinta nell’acqua, cercava un primo equilibrio, come il primo pianto del bambino, e poi – la vita o la morte.

Sbagliato il calcolo, fallito il cantiere – e quella firma dalle responsabilità terribili a decidere il via.

Il mondo è cambiato da allora, il progresso ha estinto il timore del varo, ma la firma rimane il sigillo di quella fiducia che porta all’azione, al procedere del progetto, all’investimento di capitali; la firma sigilla il legame tra conoscenza e responsabilità della decisione presa. E più grande l’investimento, maggiore la fiducia riposta nella firma, e più pesante la responsabilità: su questa catena di valore aziende come la mia hanno creato un’industria da quasi due secoli.

In inglese, l’assurance – o se vogliamo l’impresa del giudizio, un’industria intera atta a fornire ai progetti la fiducia richiesta per sbloccare i grandi investimenti infrastrutturali.

Eppure qualcosa pare rotto, un moto energetico dirompente pare perdere forza, frenare. Davanti ai cambiamenti climatici la transizione non prende vigore, l’elettrificazione, l’abbattimento della produzione di CO2, le nuove energie sintetiche – non decollano. Secondo l’Energy Transition Outlook (DNV, ETO, 2025), si prevede di raggiungere il net-zero della CO2, che scenari compatibili con l’Accordo di Parigi mostravano al 2050, con un ritardo di non meno di quattro decenni, oltre il 2090. Le grandi, complesse decisioni faticano a cristallizzarsi. Pare manchi la spinta, le decisioni tardino ad arrivare, e tre forze divergenti spiegano una struttura sempre più in affanno.

Prima, è che gli esperti, quelli che firmano la miriade di decisioni tecniche complesse necessarie per virare con forza e decisione, sono una specie non certo in crescita. Secondo la International Energy Agency (IEA, World Energy Employment, Dec 2025), l’economia mondiale vede 1,2 persone in età avanzata che si avvicinano alla pensione contro ogni singolo giovane che inizi a lavorare. Per l’industria dell’energia, nelle economie avanzate, la diminuzione registrata è addirittura doppia, 2,4 persone per ogni nuovo entrante di non più di venticinque anni. Come castori, se non in via di estinzione, comunque una specie protetta. Questa è la prima forza divergente nell’industria.

La seconda è legata alla natura trasformativa del mondo dell’energia, dove ormai anche il semplice mantenimento delle produzioni, per non parlare di sviluppi migliorativi, richiede sempre più investimenti e decisioni complesse, dai marginal fields alle life-extension, tutto il deepwater. Uno studio di IEA (The Implications of Oil and Gas Field Decline Rates, 2025), analizzando gli investimenti necessari allo scopo di mantenere lo stato produttivo attuale, concluse che l’industria petrolifera “has to run much faster just to stand still”. Correre più veloce, ma con meno gambe. Divergente, e peggiorativa della prima.

Terzo infine, il progressivo declino del valore economico dell’ingegneria, con valori commerciali del prezzo orario spesso nell’ordine delle poche, o pochissime, decine di euro, su budget in progetti miliardari di singoli punti percentuale.

Tre direzioni tanto precise quanto distruttive, e la velocità con cui divergono appare crescere, mostrando evidenti segni di affaticamento nell’industria.

In Europa i giovani sono sempre più legati al rispetto ambientale. In un meeting in cui integravo due nuovi team di persone, molte giovani, per sbloccare la discussione chiesi a tutti quale fosse la macchina o moto più desiderabile – e tra le risposte, chi non aveva la patente, chi preferiva l’autobus. Diventa complesso trovare giovani interessati a passare notti insonni su progetti di sviluppo di idrocarburi quando il sentimento prevalente vorrebbe eliminare la CO2, e con essa i combustibili fossili, dal nostro piccolo e accaldato mondo. Il deepwater però si impara, oggi, nel petrolifero; un cerchio che non si chiude.

Intanto, le persone che negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso hanno inventato e metabolizzato il grande cambiamento industriale sono ormai a giocare con i nipoti, e curare la stanchezza di vite molto intense. Non reperibili.

Manca anche lo sfarzo; le grandi società digitali attraggono i cervelli come difficilmente oggi riescono a fare le società di ingegneria offshore. Mentre un grande progetto infrastrutturale per oltre un decennio percorre un unico loop di sviluppo tra fasi di pre-feed, feed e costruzione, altre industrie sfornano un susseguirsi continuo di nuove rivoluzioni copernicane, nell’entusiasmo di giovani comprensibilmente affascinati – e i bassi prezzi dell’ingegneria offshore chiudono le serrature a chiave.

Ma se il divario cresce, e lo fa da molto tempo, l’industria è da tempo che si muove, usando intelligenza e tecnologia per elevare la produttività degli esperti. Chiamiamola l’industrializzazione della conoscenza: l’insieme di standard, programmi di calcolo, modellazioni, sensoristica. L’uso di dati sintetici calibrati su dati reali di laboratori e prove in vera grandezza sono esempi di come tecnologie modernissime siano soluzioni in uso e note; i modelli neurali erano utilizzati nei calcoli probabilistici a risolvere problemi ingegneristici nell’offshore già negli anni ‘80, in Italia.

L’industria ha sviluppato sistemi deterministici, scritti, codificati per rispondere alle molte incertezze degli investitori, per sbloccare i capitali enormi, per dare forma al crescente numero di decisioni necessarie per immaginare, costruire, migliorare l’infrastruttura energetica mondiale, nonostante la contrazione del numero di esperti sia in atto da tempo. Come mai allora l’industria che ha saputo sfamare il mondo, pare ora svuotata dai pirati, dal genio, dai pazzi esploratori che hanno fatto la storia dell’Energia?

Che stia perdendo fiducia?

Tra tecnologie che metabolizzano conoscenza, e un valore commerciale in declino, la firma non perde il suo valore. Resta il sigillo di quella fiducia con cui l’esperto muove l’industria, lascia salpare le navi dal porto, installare le fondamenta in mare. Di quella responsabilità che pesa su quello stesso esperto, e direttamente sull’entità legale. Ma i sistemi maturi di calcolo stanno assorbendo la diminuzione di esperti ormai da tempo, e nel loro stato maturo non bastano più, saturi. Come l’infrastruttura esistente, anche l’industrializzazione della conoscenza ha bisogno di soluzioni nuove.

Cosa succede a una firma che mantiene il valore, che porta un peso crescente di responsabilità, al diminuire delle persone capaci di analizzare, interpretare, e ragionevolmente decidere in un panorama tecnologico sempre più complesso e necessariamente in movimento? Il sistema digitale oggi spinge soluzioni generative e statistiche, con nuovi sistemi cognitivi, e in espansione. Questi sistemi stocastici richiedono però la capace gestione di un meccanismo di erosione della conoscenza, della comprensione, della capacità di scernita, che non è superficialmente visibile, e che risulta silenzioso. Il black-box della AI, il Cognitive Monster (CM) che ormai tutti abbiamo incontrato, non ha raggiunto applicazioni mature al livello di Governo delle grandi aziende, non ha raggiunto alcuna funzione ufficiale nella creazione di decisioni in questa industria, eppure esiste ovunque, si propaga nel sottobosco incontrollato, su macchine individuali, in piccoli fazzoletti di programmi silenziosi. E il potenziale cognitivo resta bloccato al livello individuale dell’Esperto, lontano da implementazioni strutturali guidate dal Governo, come bloccato dal decadimento che può provocare, il Governo come ignaro delle soluzioni di controllo.

Usare la frizione per mantenere la proprietà decisionale. Investire nel mantenimento enciclopedico della conoscenza, perché le decisioni possano essere controllate, e la firma resti un sigillo di fiducia. Mantenere chiaro controllo dello scopo del sapere, quel harnessing del Mostro che lo tenga vincolato ai motivi della conoscenza. Il Governo può imbrigliare il CM, ma ad oggi non lo ha fatto.

Finisco di scrivere, ormai è tardi – è scesa la notte. Da tempo, le mie figlie sanno che in un tower accanto alla mia scrivania sto crescendo un cervello, la mia gabbia personale dove tengo un piccolo Mostro, locale. Sanno che non può fare quello che vuole, ma che mi aiuta raccogliendo i miei pensieri, accumulando la mia conoscenza, prendendo nota delle mie decisioni. E nel tempo me le rinfaccia, le ripropone su problemi nuovi, diversi, le ridiscuto, ne creo di nuove. Tengo una lista delle domande, i pensieri non risolti. È un piccolo sistema chiuso e isolato, la tesi di una conoscenza nuova, ma quando finalmente spengo e tranquillo vado a dormire, nessun mostro in quella scatola avrà il timore della pistola, poggiata lì in bacheca, la notte prima del varo.


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